hanoi

“GOOD MORNING VIETNAM” annunciava alla radio il mitico Robin Williams tutte le mattine ai soldati americani impiegati al fronte in quella famosa guerra.

“La sporca guerra” come viene definita. Erano gli anni '60.

Erano gli anni dei vietcong, del napalm, di Saigon e della guerra fredda. Del presidente Nixon e di un ormai anziano Ho Chi Minh che nonostante l'avanzata età diede un contributo importante per la riunificazione del Vietnam sotto un'unica bandiera.
Ma erano altri tempi e comunque non è certo questo il luogo adatto per affrontare una discussione politica così delicata e complessa.

Siamo ad Hanoi, la capitale del nuovo Vietnam, da una settimana ormai, e la città ci sta completamente spiazzando.

Un momento l'amiamo e un secondo dopo la odiamo.

Odiamo il suo traffico senza regole e i milioni di motorini impazziti, ma amiamo il sorriso gentile degli autisti dei motorini impazziti. Amiamo gli edifici del periodo coloniale francese e i suoi caffè così romantici. Odiamo la sua umidità degna della foresta amazzonica. Il cibo di strada è favoloso, ma bisogna controllare bene e cercare di selezionare i chioschetti, se non vogliamo rischiare di trovare nel piatto una coscia di cane o uno stinco di gatto.
Più di tutto ci piace il fatto che chiunque ci parli ci guardi dritto negli occhi.
Con orgoglio.
Questa cosa ci fa davvero piacere.
Non è così scontato in paesi dove il turismo di massa è una delle fonti principali di guadagno e dove in media il tenore di vita è infinitamente più basso di un qualsiasi stato occidentale. Non ci piacciono i vecchi maiali mano nella mano con le minorenni (ma questa è un'altra storia).

Potremmo fare un elenco interminabile delle cose che ci stanno colpendo di questa pazza città. Una su tutte però ha attirato la nostra attenzione.

Le donne dal cappello a cono.

Queste figure accompagnate dall'immancabile bicicletta a prima vista risvegliano tutto l'immaginario esotico da cartolina che si ha del sud-est asiatico. Si fantastica di fiumi e risaie, di un'esistenza fatta di libertà e di sorrisi. Ma se si visita il “museo delle donne vietnamite” la poesia si spegne in un attimo. Abbiamo scoperto infatti che nella maggioranza dei casi si tratta di contadine che non riescono a sopravvivere con il lavoro agricolo o che hanno avuto disgrazie in famiglia. Per mantenere i propri figli e se stesse lasciano la campagna per la città, vivono per strada dalla mattina alla sera cercando di vendere qualsiasi cosa (fiori, frutta, verdura, ma anche caramelle, libri, solo per fare qualche esempio) e dormono in baracche fatiscenti. Si possono leggere delle toccanti interviste in cui raccontano che cosa è loro capitato. Spiegano il perché sono state costrette ad una vita del genere, fatta di rinunce e sacrifici. Una vita difficilissima, lontana anni luce dal romantico immaginario asiatico.

Nel museo sono esposte anche le ceste e i bastoni di bambù.

Gli stessi uguali identici che la signora davanti al nostro ostello ogni mattina si carica sulle spalle, scomparendo all'angolo della via con il suo bellissimo cappello a cono.

vuoi contribuire al nostro viaggio?