io ci credevo.

storia di un parcheggiatore di motorini.

Nel 1975 avevo 15 anni e mio fratello più piccolo 10. Mio padre era morto qualche anno prima, durante la guerra, nel 1969. Aveva combattuto contro l'esercito americano, era un vietcong. Un giorno al fronte, stanco, si sdraiò per riposare. Una granata americana lo sorprese. Di mia madre non ho ricordi. Morì durante il parto di mio fratello. Un'infezione, così mi hanno raccontato.

Avevemo tenuto duro, io e mio fratello.

Dopo la morte di mio padre ci eravamo trasferiti in città, a Thanh Hoà. Li c'era una base americana. La sera, per guadagnare qualche dong, andavamo sempre al bar Times Square dove i soldati si riunivano per bere birra e giocare a biliardo. Lucidavamo scarponi.

Eravamo bravi a far brillare quegli anfibi sporchi di fango. Alle volte alcuni militari più gentili ci regalavano delle chewingum. Dormivamo vicino alla stazione. La signora che puliva i bagni ci aveva regalato due coperte e un cappello. La mattina del 30 aprile del 1975 faceva un gran caldo, il sole era una palla di fuoco. Neanche la pensilina che avevamo sopra la testa riusciva a riparaci dai raggi bollenti.

La signora dei bagni ci sveglio di soprassalto: "E' finita la guerra! E' finita la guerra!" urloò. Ci precipitammo di corsa alla base americana, ma non trovammo nessuno. Andammo al Times Square, ma di soldati neanche l'ombra. "E' finita la guerra!" Urlava il vecchio che fumava la pipa davanti al bar. D'improvviso da un vicolo che portava alla piazza spuntò un gruppetto di ragazzi con il cappello e la camicia verde, magrissimi e con gli occhi di fuori.

Erano i vietcong. La guerra era finita.

Io ci credevo.

Credevo in quei ragazzi dal viso onesto. Credevo nei loro capi e nella loro politica. Mio padre era uno di loro. Avevano combattuto per una causa giusta. Avevano difeso la loro terra, la mia terra, e ora che avevano vinto, tutto si sarebbe sistemato.

Io e mio fratello avremmo trovato un lavoro onesto, una moglie, una casa, avremmo fatto dei figli che a loro volta ne avrebbero fatti degli altri e saremmo invecchiati raccontando ai nipoti le risse dei soldati americani ubriachi al Times Square. Gli anni passavano, c'era la pace si, ma la situazione non migliorava. Non dormivamo più alla stazione, avevamo occupato una casa semi distrutta dalla guerra e mio fratello aveva trovato una ragazza. Vivevamo tutti e tre li, ma il letto era uno e dovevamo stringerci. Nella piazza davanti al Time Square, la sera, soprattutto la domenica, le famiglie con i bambini piccoli passeggiavano facendo avanti e indietro dalla stazione al bar, per ore intere. Ci mettemmo li, tutti i giorni, io, mio fratello e la sua ragazza. Arrostivamo prevalentemente pannocchie. Quando eravamo fortunati trovavamo da vendere qualche bel mango o delle uova di quaglia. Il guadagno era misero, ma ci permise almeno di comprare un altro letto.

Nel 1986 avevo 26 anni, mio fratello e la sua ragazza erano morti un anno prima, il 12 Agosto del 1985. Attraversavano mano nella mano il ponte dietro le poste. Danneggiato dai bombardamenti crollò proprio in quel momento.

 

"Economia di mercato orientata in senso socialista".

 

Questo leggevo sempre sui giornali. Il governo aveva fatto delle riforme e si prospettava un periodo di grandi cambiamenti. Ci credevo. Avevo solo 26 anni e tutta la vita davanti.

Il Time Square è ancora qui, al suo posto. Le cameriere adesso hanno le minigonne e l'insegna si illumina anche di notte.

Anche io sono sempre qui, ma anziché fare da mangiare alle famiglie faccio il parcheggiatore di motorini. I ragazzi con le scarpe lucide arrivano a decine e io mi occupo di mettere in fila le loro moto sul marciapiede. La società per cui lavoro mi paga poco, ma alcune volte, grazie alle mance, riesco a permettermi una birra in più. Ora vivo in un'altra zona, vicino al fiume. Quando piove in cucina entra l'acqua, ma almeno l'affitto è basso.

Oggi ho 59 anni. "Sei troppo vecchio" mi dicono tutte le volte che provo a cercare un altro lavoro. L'anno scorso ho provato al nuovo centro commerciale, li ci sono tanti negozi stranieri. "Il personale deve sapere l'inglese" mi ha risposto un ragazzino con i capelli tirati indietro dalla gelatina.

La mattina, quando mi metto il cappello e la camicia verde della società per cui lavoro penso a mio padre, a quando anche lui la mattina si metteva il cappello e la camicia verde.

 

Io ci credevo.

LA STORIA E' VERA OPPURE NO?

 

A VOI LA SCELTA.

vuoi contribuire al nostro viaggio?