mindat

Siamo a Mindat, un piccolo villaggio sulle montagne del Chin, lo stato più occidentale del Myanmar confinante con il Bangladesh e l'India. Anche per via del suo isolamento dovuto alle alte catene montuose le cui cime superano i tremila metri, le popolazioni chin hanno sviluppato nel corso dei secoli usi e costumi molto diversi da quelli del resto del paese! Una delle tradizioni dei chin, probabilmente la più particolare, era quella di tatuare i volti delle donne. Si narra che le giovani ragazze di queste zone fossero particolarmente belle e i capi tribù delle regioni confinanti, più forti e più potenti, le rubavano per farne le loro concubine. Per ovviare a questo i chin pensarono di spalmare fango e fuliggine sul volto delle donne in modo tale da imbruttirle e renderle indesiderabili agli occhi dei rivali. Questo stratagemma non funzionò alche' le famiglie decisero di attuare un secondo metodo, più estremo: tatuare in maniera indelebile i volti delle loro figlie, iniziando da quelle più piccole.

Questi volti e questa tradizione si è tramandata nel corso dei secoli di generazione in generazione, arrivando sino ai giorni nostri. Nel tempo però la pratica ha assunto un altro significato: i tatuaggi non venivano più fatti per imbruttire ma al contrario diventavano un segno di appartenenza e motivo di orgoglio per le donne chin. Alcune hanno la faccia completamente nera di inchiostro, altre invece disegni più articolati. Naturalmente, come è facile immaginare, questa usanza sta piano piano scomparendo. Le giovani generazioni per varie ragioni hanno abbandonato tale pratica e si pensa che nel giro di poco tempo di questa tradizione rimarrà solo un ricordo legato al passato.

Affascinati da tutto ciò due giorni fa ci siamo stabiliti in questo paesino di montagna, con la speranza di riuscire ad incrociare lo sguardo di almeni una delle ultime donne dal volto tatuato rimaste in vita.

Stavamo bevendo un tè in una saletta con la vista sui monti quando una giovane ragazza con un discreto inglese si è avvicinata.
“Da dove venite?” “Che ci fate a Mindat?”
“Siamo italiani, siamo venuti qui per vedere ed incontrare le donne con il viso tatuato.”
“Ok” ci risponde. “Io lavoro a Yangon ma sono nata qui. Sono tornata per le ferie, se vi va domani vi porto in giro per il mio paese.” La guardiamo un po' perplessi, dove vuole arrivare? Pensiamo. Lei intuisce la nostra perplessità e aggiunge. “Non sono una guida, non voglio soldi, sono in vacanza e domani non ho niente da fare. Vi porto un po' in giro per il mio paese.” Ci dice di chiamarsi Margaret, di essere cristiana così come tutta la sua famiglia (come conseguenza dell'opera di evangelizzazione compiuta dai missionari in epoca coloniale, la maggioranza della popolazione si dichiara di religione cristiana, anche se i riti animisti svolgono ancora un ruolo importante all'interno della società) e di essere molto legata alle tradizioni chin. Ci spiega che lì vicino c'è una sorta di casa museo dove vive una signora di 94 anni dal volto completamente tatuato che suona uno strumento a fiato in bambù, simile ad un piffero, ma non con la bocca bensì con il naso. E' l'ultima rimasta che ancora oggi porta avanti questa pratica e per 5000 kyat (circa 3 euro) è possibile vederla all'opera e scattare delle foto. Lei è l'unica che lo fa diciamo di mestiere, ci spiega, e aggiunge che non è un fenomeno da baraccone per i turisti (come la tristezza delle donne con il collo lungo del nord della tailandia, aggiungiamo noi) ma un'anziana signora che vive con la famiglia che ha deciso di fare questo per arrotondare il guadagno del mese e per portare avanti una tradizione ormai in disuso. Il resto delle donne che si incontrano nel villaggio sono tranquille signore che svolgono la loro normalissima vita, senza curarsi dell'attenzione mediatica dovuta ai loro tatuaggi, ci assicura. Di solito siamo abbastanza diffidenti in questo tipo di situazioni, ma la ragazza ci ispirava fiducia e senza troppo pensarci decidiamo di accettare l'invito, dandoci appuntamento per le 10.00 del giorno dopo nella stessa sala da te.

Margaret si presenta puntuale e sorridente e dopo una veloce colazione iniziamo l'esplorazione di Mindat. Come promesso ci porta da questa arzilla novantaquattrenne, in una vecchia abitazione adiacenze ad una scuola elementare. Dopo i saluti di rito inizia la sua performance. Paghiamo i 5000 kyat come da accordi ma in effetti la sensazione che si ha non è di tristezza, non crediamo che ci sia nessun tipo di sfruttamento alle spalle, la signora sembra davvero vivere in pace con la propria famiglia e i propri nipoti. Andiamo via con una bella emozione addosso, consapevoli naturalmente di avere assistito a qualcosa di “confezionato”.

Proseguiamo con Margaret che ci parla senza prendere fiato di qualsiasi argomento. Del suo lavoro, della sua gente, di politica, di religione, della sua vita privata, di sua nonna, dei suoi amici, insomma di tutto. Ci fa entrare in un'altra casa abitata da una bellissima signora dal volto completamente tatuato e ci dice di stare tranquilli. Le signora ci fa sedere, ci sorride e scambia convenevoli fatti di grandi risate e di forti abbracci con la nostra accompagnatrice. Veniamo accerchiati da bambini curiosi, gatti in cerca di fusa, galline scappate dal pollaio, e dopo circa una decina di minuti Margaret ci dice: “se volete potete scattare delle foto!”

Stessa scena in diverse case, con bevute di te, vino bianco caldo e riso condiviso. Ma non in tutte abbiamo potuto scattare fotografie. Ci ammoniva: qui si, qui no. E noi la seguivamo alla lettera. Provavamo a fare delle domande, Margaret traduceva e dopo qualche minuto di imbarazzo si finiva sempre in grandi risate.

Quando ne incontravamo qualcuna per strada Margaret ci faceva segno di fermarci o di proseguire. Se fare o non fare foto. Sempre dimostrando un assoluto rispetto e una profonda stima per queste signore affaticate dall'età e dalla dura vita di montagna.

E' stata un'emozione immensa e una giornata incredibile. Avere avuto l'opportunità di toccare con mano e di vivere da vicino questa tradizione vecchia di secoli e in via di estinzione è qualcosa che ci porteremo dentro per il resto della nostra vita.

A fine giornata abbiamo chiesto a Margaret del perchè abbia voluto fare questo.

“Un giorno anch'io vorrò fare un viaggio in Giappone, a Singapore o chissà magari in Italia e mi piacerebbe incontrare qualcuno che mi aiuti, che mi racconti la propria vita e mi parli della propria gente!”

Grazie Margaret e grazie popolo chin per questa straordinaria opportunità.

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