dieci giorni in una gher mongola

Si dice che per apprezzare un'esperienza bisogna far passare del tempo. Bisogna aspettare. Mai farsi prendere dalla fretta e valutare a caldo, con i sentimenti scoperti. Aspettare che il tempo faccia il suo corso e solo allora giudicarne il risultato. Un po' come fanno i pittori, non giudicano mai le loro opere appena fatte. Lasciano passare qualche giorno, poi le riguardano. Magari da un'altra prospettiva o socchiudendo gli occhi.
E quello che stiamo cercando di fare noi, dopo più di un mese.
Nessun quadro naturalmente e neanche nessuna opera artistica, solo un'esperienza di vita.

Il nomadismo, in particolar modo quello pastorale, è sempre stato per noi un tema affascinante. Questo stile di vita itinerante che non prevede dimora fissa ma che asseconda le esigenze degli animali ci appassiona. Proviamo un sentimento di rispetto e ammirazione nei confronti delle popolazioni che ancora oggi portano avanti questo tipo di tradizioni, sempre più relegate ai margini della società moderna. Così, quando ci si è presentata davanti l'occasione di vivere e lavorare con alcuni di loro, non ce la siamo fatta sfuggire.

Sveglia presto, mattina freddissima ad Ulan Bator, grigia capitale della Mongolia. L'autista si presenta come da accordi. Si parte. Destinazione ignota. L'unica cosa che ci è stata detta è che la nostra nuova famiglia vive in una gher (tipica abitazione nomade in uso in Mongolia) a circa 150km dalla città.
Dal finestrino i brutti palazzoni in perenne costruzione iniziano a scomparire, i segnali dell'uomo moderno si fanno sempre più rari, qualche casa qua e là poi il nulla assoluto. Uno spazio infinito di niente. Uno sconfinato paesaggio lunare abitato solo da centinaia di cavalli, mucche e capre che al nostro passaggio fissandoci, sembrano dirci: “cosa fate qui?”. Dopo un tempo indefinito di sballottamento non tanto piacevole, arriviamo a destinazione.
Bellissimo.
Ci guardiamo attorno e l'atmosfera è emozionante.

Con l'imbarazzo del caso facciamo le dovute presentazioni:

Tsogoo, capofamiglia con un'evidente problema ad una gamba ma dalla stretta di mano calorosa.

Naraa, moglie di Tsogoo, nessuna stretta di mano e sguardo di studio.

Munherdene, figlio dei primi due, sorriso simpatico e modi spicci, va subito via perché ha da fare.

Tsetseg, moglie di Munherdene, l'organizzatrice, ci saluta con un bel “HELLO”.

Ganansuvd, due anni di pura tenerezza, figlia di quest'ultimi.

Per i prossimi 10 giorni vivremo con Tsetseg, suo marito e sua figlia nella loro casa. I nostri vicini saranno Tsogoo e Naraa, soprannominati i “nonnetti”. L'esterno della yurta è costituito essenzialmente da uno scheletro di legno e da una copertura di tappeti di lana di pecora (semplificando parecchio, ma è un progetto in piena regola). Tutto assemblato in modo tale da essere smontato e rimontato in poco tempo. L'arredamento è composto da due lettini posti ai lati rispetto all'ingresso, una stufa-cucina al centro, due mobili di legno (uno destinato all'altare di Buddha), un catino e dei tappeti raffiguranti cavalli appesi alle pareti. Niente bagno, niente acqua corrente. Una luce al soffitto alimentata da una batteria di macchina a sua volta ricaricata da un pannello solare posto all'esterno illumina il tutto. Il nostro letto è quello di sinistra. Non c'è tempo per i convenevoli e dopo un pranzo veloce (raviolini ripieni di carne di pecora) si parte per il primo lavoro: raccolta di combustibile per la stufa, ovvero: “merda secca”. Nella steppa non ci sono alberi, quindi niente legna. Si rastrella il nobile prodotto degli animali e si utilizza per fare il fuoco (con i giorni poi siamo diventati esperti: quello di capra accende in fretta ma brucia subito, quello di mucca si usa se si deve friggere a fuoco alto). Andiamo a letto frastornati da questa realtà così diversa dalla nostra, ma felici di poter finalmente vivere questa esperienza tanto attesa.

La sveglia suona alle sei. Tsetseg prepara il fuoco. Munherdene coccola Ganansuvd e noi ancora insonnoliti sperimentiamo per la prima volta il bagno della gelida steppa.

L'alba è uno spettacolo. Mai vista un'alba così.

Mi chiedono se so guidare (Matteo). Certo, gli rispondo. Perché? C'è da accompagnare Tsogoo e Naraa (i genitori di Munherdene) al paese (50km) per delle commissioni, mi dicono.

Ok.

Carichiamo il furgoncino con panni sporchi, ferri vecchi, cinque cagnolini e due pecore. Si va.
Cinquanta chilometri nella steppa mongola senza l'ombra di una strada, con il furgoncino che ad ogni fosso sembrava dovesse abbandonarci e le grandi risate di Tsogoo nel vedere la mia faccia preoccupata.

Dopo qualche sosta (una delle quali al mondezzaio dove lasciamo i ferri vecchi e i cagnolini) arriviamo finalmente al paese, che altro non è che un insieme di tante yurte e poche case in mattoni, con una scuola, una banca e un paio di alimentari. Portiamo le pecore e i panni sporchi da una signora che anche lei vive in una yurta (scopro poi che la signora possiede una lavatrice).

Saluti e grandi feste.

Mi dicono di mettermi comodo e di rimanere ad aspettarli con la padrona di casa, loro hanno delle faccende da sbrigare. Inizia un vai e vieni di persone che per un affare o per un altro passano di lì.
Chi porta il latte, chi dei biscotti, due ragazzi si siedono a vedere la tv, due vecchietti entrano fumano la pipa e vanno via.
Nel pomeriggio finalmente ecco i miei due “nonnetti”, ma non appena entrati anziché fare i bagagli e ripartire mi indicano il letto.

Non capisco.

Vedendo la mia reazione di stupore scoppiano tutti quanti in una grande ristata e solo allora intuisco: passeremo la notte li. Avviso Consuelo (via sms) e ancora incredulo mi sistemo la coperta a terra che nel frattempo la signora mi aveva gentilmente consegnato.

E' stata una delle serate più strane della mia vita.

Ho dovuto spiegare ad un tizio alquanto alticcio che la mia barba non era finta, far vedere foto di casa e di tutti i miei amici ad un vecchietto incredulo. Ammazzato due pecore nel cortile al buio (si anche io ho dato una mano) e “sistemate” (chi è pratico di queste cose sa di cosa parlo) all'interno della yurta, proprio accanto al mio giaciglio. Gli uomini tagliavano la carne e le signore pulivano le interiora. Nel frattempo alla tv un cantante neo-melodico mongolo rendeva l'atmosfera ancora più surreale. Altro vai e vieni di gente (più o meno alticcia) e grande abbuffata. Di pecora naturalmente.
Finiti i bagordi, una ripulita alla meglio e si va a “letto”. L'indomani una serie di commissioni mi hanno tenuto impegnato alla guida del mitico furgoncino (tra gli sguardi increduli degli anziani incontrati).
Abbiamo: portato la lana delle pecore uccise il giorno prima ad un signore, del carbone ad un altro, caricato dei bidoni d'acqua, dato passaggi ad alcuni ragazzi, caricato tre pecore e scaricate nel cortile di una famiglia gentilissima.

Finalmente, intorno alle cinque, dopo numerose lavatrici, la spesa al negozietto (Naraa per ringraziarmi ha voluto regalarmi una lattina di birra) il pieno al mezzo contrattando il prezzo della benzina, ripartiamo alla volta di casa. Stesso viaggio dell'andata ma con una difficoltà in più.

IL BUIO.

Arriviamo a destinazione alle nove. Circa 4 ore per 50km.
Niente cena. Si va a letto presto perché domani ci aspetta del lavoro da fare. Non abbiamo capito bene ma dalle discussioni familiari sembra sia un lavoro grosso.

La sveglia suona sempre alle sei. Questa volta però Tsetseg anziché preparare il fuoco smonta la canna fumaria e Munherdene porta direttamente la stufa fuori. Ci svegliamo di soprassalto e un po' increduli capiamo che il lavoro grosso discusso la sera prima altro non è che il “trasloco”. Siamo capitati infatti proprio nel periodo in cui la famiglia si trasferisce dalla “piazza estiva” a quella invernale, dove il freddo è meno pungente e gli animali possono trovare un riparo migliore.

Bando alle ciance quindi e a lavoro. Volevamo la vita nomade? Eccola qui. Più vera che mai. Ma la realtà si sa è sempre meno romantica dei libri.
Smontiamo, carichiamo il furgoncino e rimontiamo nella “piazza invernale”. Stessa cosa il giorno dopo, con la gher dei “nonnetti”.

Terminiamo tutto al calar del sole, distrutti, sporchi, affamati. Ci sono stati dei momenti divertenti, con risate sincere, ma anche momenti di nervosismo e di discussione, come solo in un vero lavoro.
Non eravamo lì in vacanza. Due turisti viziati a cui è destinato un trattamento di favore. No. Eravamo lì per dare una mano. Punto. Questa è la loro vita.
Attraversiamo il vero primo momento di difficoltà. “Perché?” “chi ce l'ha fatto fare?”. Erano le domande che ci facevamo in quel momento.

Erano passati 5 giorni, ma sembravano molti di più in questa realtà così spiazzante. Avevamo creato con la famiglia un rapporto particolare. Abbastanza freddo ma con una sorta di rispetto reciproco. La sensazione che dopo un primo momento di studio e di diffidenza iniziavamo ad essere apprezzati, ci riempiva profondamente di orgoglio e ci ripagava dello sforzo fatto. Noi, o meglio i nostri sensi, nonostante le mille difficoltà, cominciavano ad abituarsi, a rasserenarsi, dandoci la possibilità finalmente di apprezzare questa incredibile esperienza.
Il lavoro per l'inverno era finito. Dopo aver sistemato gli animali e i vari recinti potevamo dedicarci alle normali attività quotidiane che sostanzialmente, a parte alcuni lavoretti qua e la, consistevano in: fare il carico di “combustibile” per la stufa, badare alla bambina, fare il carico di acqua dal pozzo, radunare le mucche quando era l'ora di mungere.

Nei successivi 5 giorni abbiamo avuto più tempo per stare soli con i nostri pensieri. Abbiamo riflettuto sulla nostra attuale vita, stravolta un giorno di settembre!

Potremmo stare qui a raccontare di albe e tramonti incredibili, di sorrisi e calore umano. Ma la realtà che ci piaccia o no è un'altra cosa. E' diversa. E' fatta di 10 notti passate sopra una tavola di legno a stretto contatto con due sconosciuti, senza un bagno, senza una doccia, con sostanzialmente un pasto al giorno sempre uguale e in condizioni igieniche pessime. Questa è la realtà ai nostri occhi. O meglio è una parte che non esclude l'altra, rendendo più vero e autentico il tutto, come dev'essere, come volevamo che fosse.

Il giorno dei saluti è arrivato. Non finiremo mai di ringraziare questa meravigliosa famiglia per averci accolto nella loro casa e per averci dato la possibilità di scoprire un pezzettino di mondo a noi sconosciuto.

Esistono delle persone così diverse da noi ma in fondo così uguali.

Grazie Tsogoo, per i tuoi sorrisi rincuoranti.
Grazie Naraa per averci fatto capire ancora una volta la forza delle donne.
Grazie Munherdene, per la tua onestà.
Grazie Tsetseg, per aver fatto da tramite a tutto questo.
Soprattutto grazie Ganansuvd, sei una baby bellissima, ti auguriamo tutta la felicità di questo mondo.

Speriamo che un giorno, magari durante una riunione di famiglia, ricorderete con piacere questi due ragazzi venuti da lontano.

Siamo stati noi stessi, quello che la vita e i nostri genitori ci hanno insegnato.

Grazie di cuore.

pecora

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